Seicento

 

Balli, Capricci
& Stravaganze

 

Tarquinio Merula (1590 ca.-1653)

Ballo detto "Pollicio" (op.XII Venezia 1637)
Ruggiero
Ballo detto "Eccardo"
Chiaccona
Capriccio cromatico a 4 (Ms. Dresden)

 

Girolamo Frescobaldi (1583-1643)

Canzone sopra "Ruggiero (Venezia 1634)
Canzone sopra "Romanesca

 

Biagio Marini (1597-1666)

Passacaglio a 4 (op. XXII Venezia 1655)
Sonata sopra La Monica ( op. VIII Venezia 1626)

 

Carlo Antonio Farina (1600 ca.-1640 ca.)

Capriccio Stravagante à 4 (Dresda 1627)
(Allegro), La Lira, Il Pifferino, La Lira variata, (Qui si batte con il legno dell' archetto sopra le corde), (Allegro), Adagio, Presto, Adagio, La Trombetta, Il Clarino, Le Gnacchere, La Gallina, Il Gallo, Presto, Il flautino, Piano piano, Forte, Presto, Adagio, Il Tremulo, Il Tamburo, Il Fiferino della Soldatesca, Il Gatto, (Adagio, Presto), Il Cane, Presto, La Chitarra Spagniuola, Adagio, Sempre più adagio, Il Fine.

 

Giovan Battista Vitali (1632-1692)

Capriccio detto "Il Molza" a 4
da "Sonate a 2,3, 4 e 5...." ( op.V Bologna 1669)

 

Marco Uccellini (1603-1680)

Aria sopra "la Bergamasca" (Libro III Venezia 1642)

 

 

BALLI, CAPRICCI & STRAVAGANZE
MUSICHE PER ARCHI DEL SEICENTO ITALIANO

" La Musica Eminentissimo Signore è una così nobile, così necessaria e importante attione, per i felici suoi parti che produce, che parmi ben dir si possa che senza questo mezzo imperfetta potrebbe dirsi l'immensità del mondo..."
Di Venetia li 10. Gennaro 1635
Di V.S.Eminentissima & Reverendissima / Humilissimo servo / Girolamo Frescobaldi.

In un secolo che non ebbe quasi mai pace tra guerre e pestilenze, tra intrighi e miserie, queste parole suonano forse ad un primo esame enfatiche, eccessive. Eppure il Seicento, il “secolo del soldato” fu sicuramente anche il secolo della musica. La produzione che ci è rimasta, pur decimata, è enorme e variegatissirna. Questa registrazione ne esplora solo alcuni esempi nell'ambito della musica strumentale italiana per complesso d'archi. “Stylus hyporchematicus o choraicus” lo definì, non senza una punta di biasimo, Athanasius Kircher nella sua 'Musurgia Universalis' del 1650.
Balli, capricci e stravaganze lo abbiamo titolato noi.

La musica da ballo è nel Seicento il punto di incontro e di scambio tra musica popolare e musica colta: come un fiume sotterraneo scorre sotto tutta la produzione musicale, da chiesa, da camera, da teatro. Arie popolari e bassi ostinati affiorano continuamente nelle opere dei compositori dell'epoca. Il fraseggio corto, la semplicità del materiale impiegato hanno un'energia e concisione inarrestabili: “la forza del ritmo” come la chiamava Cartesio. Anche il virtuoso (all'epoca spesso strumentista e compositore) ne coglie il valore e se ne impossessa per realizzare la sua opera d'arte.
Chi ne nobilita la forma, come ad esempio GIROLAMO FRESCOBALDI nelle due Canzoni dove Romanesca e Ruggiero si mimetizzano nel sapiente intreccio contrappuntistico. Chi ne esaspera la vorticosa energia, come TARQUINIO MERULA attraverso la variazione virtuosistica dei suoi balli, così esaltanti da farci dire con il Cervantes: “Nel ballo della Ciaccona sta il segreto della vita bona!". Chi come BIAGIO MARINI ne utilizza l'immediata comunicativa melodica, 'con la quasi espressa naturalezza della parola', come ci riferisce un biografo coevo: esempio straordinario il Passacaglio trasfigurato in un Lamento teatrale dalla struggente malinconia. Chi infine come MARCO UCCELLINI ne fa la fonte primaria dei proprio stile divenendo così tra i più importanti testimoni del patrimonio della musica popolare in voga nel Seicento, con le sue numerosissime Arie variate che attingono al repertorio dell' Italia del nord.
La forma del Capriccio non si rifà necessariamente alla danza o al tema popolare. Spesso è un pezzo di bravura, una scommessa con il proprio ingegno. TARQUINIO MERULA si cimenta con la successione cromatica realizzando una sorta di astrattismo armonico, di cui potremmo trovare un corrispettivo pittorico nelle incisioni surrealiste del coevo Giovan Battista Bracelli.
GIOVANNI BATTISTA VITALI invece nel capriccio detto 'il Molza' adopera lo 'stylus canonicus' per creare nell'intimità del tono di Fa minore, un abilissimo gioco a canone, artificio che non gli preclude affatto la libera espressione degli affetti.
Una riflessione più articolata offre invece il Capriccio Stravagante di CARLO FARINA. Composto per la corte di Dresda, dove il violinista italiano lavorò sotto la direzione di Heinrich Schútz, è quasi una veduta sonora della città sassone agli inizi del Seicento. Lo sfondo è la Guerra dei Trent'anni, lo spirito è quello avventuroso e stravagante della letteratura picaresca allora in voga, il realisrno quello dei dipinti dei Caravaggeschi, la bizzarria quella dei personaggi di jacques Callot.

“Il giorno dell'Ascensione, alle tre del pomeriggio, a Dresda, un giovane attraversava di corsa la Porta Nera e......”
Così lo scrittore e musicista E.T.A.Hoffmann apre la sua Prima Vigilia del 'Vaso d'oro' uno dei suoi ”'Racconti Fantastici alla maniera di Callot”.
Così potrebbe iniziare il testo apocrifo sulla musica di Farina, prendendo magari per protagonista il vagabondo 'Simplicius' dello scrittore barocco J.S.Ch.Grimmelshausen.

"... attraversavo di corsa la Porta Nera: i primi che incontrai furono due suonatori ambulanti. Da un lato sedeva per terra un cieco con una ghironda (La Lira) e dirimpetto un esule boemo suonava un allegro motivo della sua terra soffiando con forza dentro ad un vecchio piffero di legno (Il Pifferino). I due ce la mettevano tutta (La Lira Variata) nella speranza che scucissi qualcosa, non immaginando che Simplicius era più povero di loro. Un rumore di spade (Qui si batte con il legno dell'archetto sopra le corde) mi spinse più avanti: un duello in piena regola si svolgeva tra due ali di folla. I due contendenti non risparmiavano i colpi, si inseguivano, schivavano e tornavano ad azzuffarsi. Alla fine uno dei due ebbe la peggio ed ero sul punto di gettarmi in soccorso... "Ma ecco omai l'ora fatal è giunta!" gridò il narratore: erano solo dei commedianti italiani che recitavano una scena della "Gerusalemme" del Tasso. Giunsi nella piazza del mercato quando gli squilli di una fanfara zittirono il popolo: dalla torre della Kreuzkirche gli Stadtpfeiffer, ai quattro angoli del campanile intonarono i loro segnali (La trombetta, Il Clarino) e da una via si sentì sopraggiungere una banda militare (Le Gnacchere) che in breve tempo fu nella piazza e la oltrepassò. Allontanatosi il drappello riprese di colpo la vivace e rumorosa atmosfera del mercato: tra i banchi razzolava ogni sorte d'animale (La Gallina, Il Gallo) e sui tavoli c'erano i colori e i profumi della bella stagione. Fui attratto da una fanciulla che suonava in un angolo (Il flautino, piano piano): per galanteria volli rubare per lei una focaccia. Ma il venditore mi vide e cominciò a gridare. Scappai allora a precipizio tra i banchi e la gente, perdendomi tra i vicoli. Trovai infine rifugio in una chiesa. Era la Chiesa di Nostra Signora e l'organista stava suonando un pezzo all'antica con un registro tremolante (Il Tremulo). La penombra e quella musica mi fecero addormentare ai piedi di una colonna. Mi svegliò di soprassalto un rumore terribile (Il tamburo): fuori passò di corsa un gruppo di soldati e il sibilo di quella marcia mi fischiò a lungo nelle orecchie (Il Fiferino della Soldatesca). Quando mi mossi dalla chiesa era già buio e per la strada c'erano ormai solo i gatti che amoreggiavano (Il Gatto). La notte stellata e l'aria tiepida mi convinsero a saltare un muretto per sdraiarmi sotto un sambuco. Si sentiva solo lo sciacquio dell'Elba in lontananza. Ma quella quiete durò ben poco che fui presto assalito dai cani (Il Cane). Di nuovo in fuga tra i vicoli della città, mi fermai di fronte al cono di luce gettato in strada da una locanda: ne usciva il suono di una chitarra (La Chitarra Spagniuola). Entrai: c'erano soldati di tutte le razze, prostitute, ladri. Giocavano, bevevano e ballavano. Finii quella giornata addormentandomi sotto ad un tavolo (Il Fine). E' stata questa la mia volontà: ridendo raccontar la verità. " SIMPLICIUS SIMPLICISSIMUS

© Giorgio Fava